Soutien aux inculpés du 11 Novembre : Lettera a tutti quelli che sostengono gli imputati del 11 novembre
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Lettera a tutti quelli che sostengono gli imputati del 11 novembre

sabato 14 febbraio 2009, di soutien11novembre

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da Benjamin

Buongiorno a tutti, Dopo tre settimane di decompressione e un tempo de riflessione, di lettura intensiva sopra tutto quello che si è detto a proposito di quest’affare, mentre eravamo in camera d’albergo, comincio la scrittura di questa lettera. Appena più di tre settimane fa, sono uscito dalla prigione di Fresnes, un pò intontito. Non mi aspettava una liberazione così veloce, visto che quella trapola sembrava molto ben orchestrata. Respirare di nuovo l’aria fresca e ritrovare l’orizzonte del mondo mi ha dato tanto sollievo! Purtroppo, uno si abitua presto a vedere la sua esistenza limitata da muri e cancelli. Anzi, sembra che ci sei da secoli anche se sono solo 2 o 3 settimane. Vorrei ringraziare tutti quelli che si sono smenati per farci uscire. Sono sicuro che malgrado tutto, l’arbitrario che circonda le decisioni dei giudici, quella pressione nutrita da i comités de soutien, da i genitori e parenti, dagli amici e da tutti quelli che hanno sentito, con ragione, che questa affare concernava tutti quanti, e da vicino, ha suscitato una notevole impressione. Mi sarebbe piaciutto parlare d’una sola voce con i miei amici co-imputati ma, come lo sapete, ci è assoluttamente vietato intrare in contatto sotto pena di tornare in prigione. Però sono sicuro che : questa liberazione è stata una chance inesperata, chance di esser nato bianco, quella di poter laurearmi, quella di aver genitori e amici usciti da cerchi « privilegiati », la quale mobilitazione ha senza dubbio molto più probabilità di esser sentita, tanto meglio che se fossi nato altrove o in un’altro « milieu ». Mi ossessiona il fatto seguente : due amici e compagni stanno ancora in carcere per motivi così rocamboleschi. Mi ossessiona anche il fatto che centinaie di persone incrociate durante la mia breve carcerazione non hanno mai avuto quella chance, e ciò per evidenti ragioni. Nei questi ultimi anni, le prigioni francesi hanno inghiottito tutt’una parte della gioventù di questo paese, questa parte cosìdetta « inassimilabile », continuamente tormentata, sempre « condannata in anticipo » e che rifiuta di entrare nei ranghi soffocanti di questa società. Un fatto ci salta agli occhi quando uno frequente i cortili dei carceri : la netta maggioranza dei prigionieri, composta da giovani, proveniene dai quartieri popolari, dei quali certuni sono abbonati ai soggiorni in prigione. Si vedono anche tante persone ritenute sotto il regime provisorio detto « eccezionale », carcerate infatti per periodi lunghissimi tipo 6 mesi, 9 mesi o peggio per un anno, 2 anni, 3 anni. Quelle sono carcerate senza processo e spesso senza prova tangibile. Probabilmente perche è più complicato ottenere « testimoni di moralità » o garanzie di rappresentazione accettabili quando uno viene da [una « banlieue » come] Villiers-le-Bel, Aubervilliers ou Bagneux per esempio. Mentre i suoi genitori sono considerati come stranieri, quando non parlano la lingua dei magistrati o dei media, o quando non hanno nessun lavoro fisso e soprattutto riconosciuto. Tuttavia, non voliamo fare « miserabilismo » : la solidarietà si fabbrica anche dietro le mura delle prigioni, la politica penale di questo governo sta creando una bomba a scoppio ritardato. Più si riempiranno i carceri di questo paese, più dei destini si incrocieranno e si alzeranno ponti fra tutti questi milieu, sapientemente separati fuori. Il confronto tra elaborazioni politiche, poliziesche e mediatiche (questa triade sta per diventare una espressione consacrata, forse si potrebbero anche fusionare !) dell’affare di Tarnac e di quella di Villiers-Le-Bel durante l’anno scorso, è molto pertinente. Novembre 2005 (Clichy-sous-Bois), CPE[1], elezione del Presidente della Repubblica Francese, Villiers-le-Bel, LRU [2], … due parti della gioventù che, a priori, non hanno niente a che fare, nutriscono tutte e due, la paranoia del potere. La risposta fò rapida e prede i stessi tratti. Da un lato, « lotta contro il regno dei gang » in modo da giustificare la repressione nei quartieri dopo le sommosse, e dall’altro, la fabbrica ex-nihilo di una « sfera anarco-autonoma », di gruppuscoli di « ultra-sinistra ». Questo in modo da respingere la rivolta diffusa che monta poco a poco da i movimenti della gioventù studentesca o « precaria ». In tutti e due casi, una paziente politica di comunicazione per designare i contorni del « nemico interno », che sbocca rumorosamente su operazioni stra-mediatizzate. Dimostrazioni di forza smisurate, corse mediatiche, « imbastillamento » arbitrari. Ricordiamo che, oltre agli imputati e numerosi incarcerati dal novembre 2005, altre cinque persone stanno ancora in prigione dopo la retata di Villiers-le-Bel e aspettano un processo che non arriva, per mancaza di prove. Oggi, è il nostro turno, però la caccia agli « anarco-autonomi » è aperta da più di un’anno : dal dicembre 2007, almeno sei persone sono state arrestate e interrogate dalle giurisdizioni anti-terroriste per fatti o sospetti che non erano mai stati legati a tal regime giuridico, prima. Nei bollettini dei comités de soutien, l’idea che l’uso delli strumenti dell’anti-terrorismo rappresenta uno slittamento dei modi del governo e della « gestione» della contestazione, è già stata ampiamente sviluppata. Scenari con aria di déjà vu in altri paesi durante questi ultimi anni (Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Italia, etc.) sbarcano rumorosamente in Francia e segnano l’ingresso in un regime dove l’eccezione diventa la regola. La maggior parte del tempo, questi procedimenti non hanno niente a che fare col « terrorismo » e al di là della definizione data, egli rispondono alla logica millenaria del « reprimere uno per impaurire altri centi ». In altri tempi, si sarebbe impicato qualcuni all’intrata della città, per fare un’esempio. Nel nostro caso, si è rapidamente visto che « l’affare dei sabbotaggi della SNCF », era solo un pretesto tempestivo per spiegare un’operazione di comunicazione e di « neutralisazione preventiva » prevvista, in realtà, da lungo tempo (dall’arrivo di MAM[3] al ministero dell’interno). La velocità con la quale si è mosssa « l’operazione Taïga » e l’assenza quasi totale di prove materiali, anche dopo le perquisizioni e altri interrogatori, rivela rapidamente a chi non è impegnato a fare come fanno gli altri, l’enormità del montaggio poliziesco. Purtroppo, ardui sforzi per condire tutta quella storia un po insipida sono stati fatti : un « gruppuscolo in rotta e praticando la clandestinità », un « capo incontestato », il suo « braccio destro », i suoi « luogotenenti », « relazioni amichevole » col villagio per « pura strategia ». Invece, la gente crede definitivamente e fortunatamente, « a quello che vive piuttosto che a quello che si vede in tivù ». Una volta risposto alla accusa di partecipazione agli « atti di danneggiamento doloso » sulle catenarie della SNCF, ci rimane questo grande guazzabùglio : l’accusa di AMT. È anche l’unico capo d’imputazione minacciando la maggior parte degli imputati da cui io stesso. Questo capo d’imputazione poggia su un fascio di informazioni e ipotesi disparate, riunite dai servizi dell’ufficio politico della polizia che solo una prosa poliziesca molto imaginativa riesce a articolare in maniera così unilaterale. I legami di amicizia, politici in modo loro, diventano senza dubbio filiazioni organisazionali o sia gerarchiche. Una serie d’incontri, di partecipazione a qualche manifestazioni, la presenza di altri a movimenti sociali sviluppati durante questi ultimi anni,sono trasformati in presagi della ragione, sospettati di essere strettamente « politici » (nel senso più classico e sciatto del termine) di un « gruppo » identificabile e isolabile come una « cellula » (cancerosa ?). Tutto questo è una contro-verità assoluta e determina un certo numero di controsensi rispetto a quello che abbiamo diversamente portato durante quest’ultimi anni. Il delitto di « associazione » permette di riunire in una volta, l’interezza dell’esistenza delle persone oggetto di quello, e tutto potrebbe diventare indizio pesando sull’accusato: letture, lingue parlate, savoir-faire, rilazioni coll’estero, mobilità, assenza di cellulare, rottura col suo « piano di carriera » o con la sua estrazione sociale, vita affettiva, etc. L’uso di quei istrumenti « antiterroristi » è solo la prova dell’aggressività atto a un potere che si sa minacciato da ogni parte. Non si tratta di indignarsi. Si tratta di non essere ingenui: quest’operazione di polizia politica è solo il tentativo del potere, di comunicare al « corpo sociale », la sua propria paranoia ; questa potrebbe invece, avere fondamenti seri. Si parla molto del saggio « L’insurrection qui vient » e ciascuno da la sua visione a proposito di CHI sta dietro quella firma: il « comité invisible ». Questa domanda interessa solo il punto di vista poliziesco. Secondo me, la scelta editoriale di anonimato deve essere rispettata, non come una particolare paranoia degli autori (anche se oggi, si trova ampiamente giustificata) ma per l’attaccamento a una parola essenzialmente collettiva. Nonché fosse la parola di un collettivo di autori numerabili, ma una parola inventata nei rischi di un movimento in cui il pensiero non si può attribuire a tal o tal altro come autore. Questo libro suscita tanti disaccordi o riprovazioni anche fra di noi, noi che abbiamo fatto lo sforzo di legerlo e di capirlo. Mi sembra che è lo scoppo della scrittura politica : mettere al più presto quello che bisogna dibattere al centro, per renderlo inevitabile, anche senza mezzi termini e senza sfumatura. Peraltro, tutti quelli che pretendono sapere CHI è l’autore di questo libro dicono buggie o prendono la loro ipotesi per la realtà. Le « letture » recenti di questo libro, di cui quelle della polizia e di pseudo-criminologhi parlono della questione della « radicalità ». Questa « radicalità » ci è destinata come tratto di identità o sia come capo d’imputazione che non dice il suo nome. Non mi sento particolarmente radicale, nel senso di essere pronto a metter in concordanza le miei osservazioni, i miei pensieri con gli atti (quello che, purtroppo e da tanto tempo, nessuno ha fatto). Invece, la situazione è radicale e sempre di più. Determina movimenti di diffusa radicalizzazione che non devono niente a qualsiasi gruppuscolo. Ogni giorno nella mia attività di droghiere [e alimentari] o quando serve i clienti al bar o quando ero in prigione, parlo con la gente, ascolto quello che si dice, che si pensa, che si soffre. Delle volte, mi sento molto moderato rispetto all’ira che sale da pertutto. Questo governo ha raggione di aver paura : la situazione sociale gli potrebbe sfuggire ma noi, non serviremo la sua campagna di terrore preventiva, perché gia, il vento gira. Viene dal Mediterraneo. Ci sarebbe tanto da dire, di dubbi da levare, di manipolazioni da sventare, ma è solo l’inizio. Anzi, la mia posizione è in fase con quella dei comités de soutien che fioriscono da tutte le parti : abbandono delle accuse di « entreprise terroriste » e di « association de malfaiteurs », liberazione immediata di Julien e Yldune e di tutti che sono incercerati per questo motivo, come primo... Verrà il momento in cui si dovrà render dei conti per il pregiudizio enorme che ci è stato inflitto a Tarnac, ma anche per quello che è solo un’altra provocazione contro tutto quello che non si resigna al disastro in corso. Benjamin

[1] CPE : Contrat Première Embauche. [2] LRU : Loi sur la Réforme des Universités. [3] MAM : Michèle Alliot-Marie.